mercoledì, 2, Dicembre, 2020

L’infarto del miocardio

Solitamente comincia con un dolore al petto: riconoscere i sintomi che accompagnano il fastidio toracico come indicatori di un possibile infarto e della sua gravità, può salvarti la vita.

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L’infarto del miocardio è la conseguenza dell’ostruzione completa di una delle arterie che forniscono sangue al cuore (arterie coronarie), provocando l’interruzione dell’apporto di ossigeno nella zona  interessata che va incontro a necrosi (morte cellulare).
L’occlusione della coronaria è provocata prevalentemente da un trombo, cioè un piccolo grumo di sangue coagulato proveniente da un vaso sanguigno malato. A volte, ma più raramente, anche una contrazione spastica dell’arteria, se perdurante, può provocare un infarto.

Sintomi dell’infarto del miocardio

Nella maggior parte dei casi avviene senza alcun fattore scatenante e l’infarto miocardico è la prima manifestazione della cardiopatia ischemica.
Il sintomo fondamentale è il dolore acuto localizzato al centro del petto: un senso di oppressione e costrizione dietro lo sterno: viene indicato quasi sempre ponendo la mano aperta sulla regione sternale.
Quando lo descrivono, alcuni pazienti dicono: “È stato il peggior dolore che io mai avrei potuto immaginare”: le parole usate fequentemente in questi casi sono “lacerante, intollerabile, terrificante” mentre altri si lamentano solo di un lieve fastidio al torace.
A volte, ma non necessariamente, il dolore si irradia al collo, alla mandibola, alle spalle, al braccio sinistro o ad ambedue le braccia all’altezza dei gomiti. In alcuni casi, la localizzazione principale è così bassa nel petto da essere confuso con un disturbo gastrico.
Al dolore spesso si associano senso di stanchezza profonda, difficoltà a respirare, sudorazione fredda e senso di nausea o vomito. Nei casi più gravi è presente un sintomo chiamato “angoscia di morte” per cui il paziente diventa irrequieto ed ansioso e si sente preoccupato oltremodo.
Infine, ma più raramente, nei diabetici e in persone anziane, l’infarto può cominciare senza dolore con sintomi più sfumati o solo con una difficoltà a respirare sempre più grave. 
Attenzione dunque che la grande variabilità dei sintomi non ci inganni, per cui, il perdurare del dolore impone un controllo urgente al Pronto Soccorso più vicino.

Quando un dolore al petto viene dal cuore? Come capirlo.

Il dolore toracico atipico, indica di solito una patologia diversa che cioè non viene da una ischemia miocardica. In questo caso viene indicato un punto preciso sul petto, usando le dita, e solitamente proviene da un dolore di tipo intercostale, e se premismo in quella zona il dolore si intensifica.
1. Dolore: penetrante, come una pugnalata o puntorio.
2. Localizzazione: verso il lato sinistro del petto, in alto a destra o a sinistra.
3. Durata: pochi secondi, a fitta, intermittente.
4. Caratteristiche: si modifica, cioè aumenta con il respiro e con il cambiamento della posizione.

Il dolore al petto tipico, può essere altamente individuale, tuttavia nella maggior parte dei casi presenta caratteristiche di questo tipo:
1. Dolore: oppressivo, senso di schiacciamento come una morsa, senso di pesantezza, tensione.
2. Irradiazione: Braccio sinistro, mandibola, collo, spalle, entrambi i gomiti.
3. Durata: diversi minuti (almeno circa 20 minuti).
4. caratteristiche: non cambia con la respirazione, né con la posizione.

Spesso è accompagnato da sudore freddo, nausea, vomito, dispnea, ansia / paura

In questo caso, o se si avessero dei dubbi è bene interrompere l’attività che si sta compiendo, contattare il medico o il 118 e prendere una compressa di aspirina da 300 o 500mg.

Come si fa la diagnosi di infarto del miocardio

La diagnosi clinica dell’infarto viene fatta dai sintomi e segni normalmente presenti, ma viene confermata da esami strumentali che vengono eseguiti al Pronto Soccorso: l’elettrocardiogramma (ECG) che mostra dei segni caratteristici a seconda del tipo di infarto, della zona del cuore interessata e del tempo in cui è cominciato l’evento. Sentiremo parlare allora di STEMI o NSTEMI; l’aumento nel sangue di particolari enzimi specifici (CKMB e LDH) e alcune proteine (Troponina-T e mioglobina) che si liberano dalle cellule cardiache danneggiate.

Sede ed estensione dell’infarto cardiaco

L’albero coronarico è formato da due rami principali a origine separata: la coronaria sinistra e la coronaria destra. La prima, dopo un tratto comune si divide in due rami: uno che discende anteriormente (IVA – interventricolare anteriore) e la circonflessa. Insieme irrorano la parte anteriore e laterale del cuore, il setto e la punta. La coronaria destra irrora la parte basale del cuore, la porzione basale e inferiore del ventricolo sinistro e tutto il ventricolo destro.

La sede e l’estensione di un infarto dipendono dalla coronaria occlusa e dal livello in cui è avvenuta l’occlusione: tanto più è vicina all’origine del vaso, tanto più estesa è la zona infartuata. Se la coronaria interessata è un ramo principale e se l’occlusione è completa, la necrosi interesserà tutto lo spessore della parete ventricolare (infarto transmurale). Se invece l’occlusione è incompleta o interessa un ramo minore, la zona infartuata interesserà il muscolo cardiaco parzialmente (infarto intramurale subendocardico o subepicardico a seconda se è colpita la parte interna o esterna della parete cardiaca).

Complicanze dell’infarto del miocardio

Possono essere anche gravi e cioè condurre alla morte se non trattate in ambito ospedaliero.
Possono interessare il ritmo cardiaco con aritmie di vario tipo fino a quelle gravissime come la fibrillazione ventricolare o l’asistolia (cioè mancanza completa di battiti), oppure interessare la funzione di pompa del cuore per cui il ventricolo non è più in grado di spingere il sangue all’interno delle arterie. Nei casi più gravi, l’estensione dell’infarto può essere tale da provocare una rottura del cuore.

Terapia dell’infarto del miocardio

Dal momento che l’infarto è causato dall’occlusione di un vaso coronarico e che il danno necrotico si sviluppa nel giro di alcune ore, si capisce che la terapia deve essere attuata il più precocemente possibile e consiste nel tentare di ricanalizzare la coronaria chiusa.
Ovviamente, nel contempo si mira a dare sostegno al cuore, proteggendolo dalle aritmie e contrastando eventuali altre complicanze.
L’occlusione coronarica è dovuta ad un trombo che si impegna normalmente in un tratto della coronaria ristretta a causa di aterosclerosi

Stenosi dovuta ad un complesso processo di tipo infiammatorio all’interno dell’arteria con deposito di grassi e altre cellule che ne inspessiscono la parete riducendone il lume

Per ricanalizzare il vaso chiuso si sono adoperate due strategie: una farmacologica con sostanze capaci di sciogliere il trombo e una diciamo meccanica, tramite la coronarografia (CVG) e l’angioplastica (PCI o PTCA) con la quale il trombo viene aspirato e la coronaria dilatata tramite un palloncino introdotto da una arteria periferica (femorale – dall’inguine o più frequentemente radiale – dal polso). Il posizionamento di una piccola molla estensibile, stent, all’interno della coronaria malata mantiene la pervietà del lume.
Il cardiologo, di volta in volta, sceglierà quale terapia praticare, se farmacologica o coronarografica o entrambe a seconda dei casi. Importante è la tempestività degli interventi da eseguirsi proprio all’inizio dei sintomi: il tempo risparmiato equivale a cuore salvato.

Cosa succede dopo l’infarto del miocardio?

Il paziente dopo il trattamento acuto viene ricoverato in una Unità Coronarica o Terapia Intensiva Cardiologica dove verrà tenuto sotto costante controllo. A letto per almeno 48 ore per scongiurare complicanze precoci, la mobilizzazione sarà completata nel giro di 3 o 4 giorni. Nel giro di una decina di giorni, senza complicazioni avvenute, il paziente potrà lasciare l’ospedale continuando una vita a riposo fino al primo controllo clinico dopo circa un mese dalla dimissione.
A quel punto la prognosi futura dipende da molti fattori. Coloro che non hanno manifestato complicanze significative potranno tornare ad una vita normalmente attiva. Coloro invece che soffrono di funzione di pompa depressa o una persistenza di aree ischemiche devono adattarsi ad un livello di vita con limitazioni.
In ogni caso sarà necessaria una terapia farmacologica ed un cambiamento radicale di stile di vita per non incorrere in recidive.

Fattori di rischio coronarico

L’infarto miocardico è un evento molto comune e così frequente che non bisogna associarlo necessariamente a dei fattori di rischio precisi, tuttavia la statistica e gli studi eseguiti indicano alcune condizioni predisponenti.
Alcuni fattori sono per così dire connaturali e dunque non evitabili come la familiarità, la predisposizione personale ed una certa inclinazione caratteriale; altri sono conseguenti ad altre affezioni, come il diabete, la pressione alta, l’ipercolesterolemia; infine alcuni fattori dipendono dalle scelte di vita, come il fumare, fare una vita sedentaria, abbandonarsi all’obesità.
Si capisce che per le cause rimovibili occorrono un cambiamento di stile di vita con regolare attività fisica proporzionata alla condizioni di ciascuno, l’abolizione del fumo, una regolamentazione del regime alimentare e sempre una puntuale attenzione alla assunzione dei farmaci ed ai controlli clinici.

Saverio Schirò

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Saverio Schirò
Saverio Schirò
Infermiere esperto in Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione, curatore del Sito.

3 Commenti

    • Non esistono regole generali valide per tutti riguardo l’attività fisica utile a prevenire malattie coronariche. Vanno adeguate all’età ed alla condizione fisica di ciascuno. Dunque come “fai da te” in questo caso è consentita la sana abitudine di fare lunghe passeggiate quotidiane e/o una corsetta leggera per almeno 30 minuti al giorno. Ma già questo farebbe tantissimo.

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