Vittimismo cronico, ovvero la tendenza a lamentarsi di tutto e di più

In psicologia si chiama vittimismo cronico la tendenza a considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene continuamente. Non è una malattia, ma più un atteggiamento, un ruolo che si assume certe volte nella vita e a lungo andare può sfociare in qualcosa di patologico. Ecco perché è importante saperla riconoscere in noi stessi o negli altri.

Ognuno di noi sicuramente ha sperimentato un comportamento da vittima nella propria vita o si è imbattuto in qualcuno con atteggiamenti vittimistici.
L’atteggiamento vittimistico affonda le sue radici nell’infanzia. Quando da bambini capitava di sentirsi schiacciati da qualcosa di più grande e di indefinito che faceva accadere gli eventi. Da adulti, spesso, si riproduce lo stesso atteggiamento del bambino interiore che viene fuori quando si è assaliti dalla paura di reagire, di prendere decisioni, di fare delle scelte, o anche quando si è afflitti dai sensi di colpa. Questi sentimenti possono generare comportamenti vittimistici, addossando la responsabilità del proprio modo di agire e di essere a tutto ciò che è oltre sé, fuorché a se stessi.
Fin qui tutto normale, diciamo, in quanto rientra in quei ruoli adottati dall’individuo per poter stare sul palcoscenico della propria vita. Ma se tale comportamento diviene la norma e la costante della propria vita, allora può sfociare in vittimismo cronico, ovvero in un atteggiamento nevrotico di chi cerca costantemente situazioni in cui soffrire, compatirsi e cercare di farsi compatire.
Il vittimismo cronico non è una malattia, ma potrebbe portare con il tempo a sviluppare un disturbo paranoico in cui la persona insiste continuamente a incolpare gli altri di tutti i mali di cui soffre. Tale atteggiamento genera una visione pessimistica della realtà, causa malessere tanto in chi si lamenta quanto in chi riceve le lamentele, e alimenta sentimenti negativi come rabbia, rancore e aggressività, fino a sfociare in stati ansiosi o di depressione.

Ma chi è la vittima cronica?
Vediamo una serie di comportamenti da cui dedurre tale profilo.

Distorce la realtà. E’ convinto che la colpa di ciò che accade sia sempre degli altri, che tanto le cose positive come quelle negative non dipendano direttamente dalla propria volontà, ma da circostanze esterne. Inoltre, esagera gli aspetti negativi sviluppando un pessimismo esacerbato che porta a concentrarsi solo sulle cose negative che accadono, ignorando quelle positive.

Si consola lamentandosi.  Sentendosi vittima degli altri e delle circostanze, non si sente colpevole o responsabile per nulla di ciò che gli accade. Di conseguenza, l’unica cosa che gli rimane da fare è “lamentarsi”. Assumendo il ruolo di “povera vittima” riesce ad attirare l’attenzione degli altri, traendone una consolazione. La vittima non cerca aiuto per risolvere i problemi, ma si lamenta alla ricerca di compassione e protagonismo.

Cerca continuamente dei colpevoli. La vittima sviluppa un atteggiamento sospettoso, crede che gli altri agiscano sempre in mala fede. A questo proposito, spesso si affanna a scoprire piccole mancanze e a trasformare tutto in tragedia, manipolando fatti e persone, solo per sentirsi discriminata o maltrattata, per riaffermare così il ruolo di vittima.

Non è in grado di fare una autocritica onesta. La vittima cronica è convinta di non avere nessuna colpa, che non ci sia niente da criticare nel proprio comportamento. La responsabilità è degli altri, e non accetta le critiche costruttive. Gli errori e le colpe degli altri sono intollerabili, mentre le sue sono sottigliezze perdonabili.

Attenzione alle dinamiche della vittima cronica.
Il ruolo di vittima altro non è che l’altra faccia della medaglia del carnefice da cui imparare a difendersi. La vittima cronica attraverso il suo comportamento, come abbiamo visto, altro non fa che deresponsabilizzarsi delle sue azioni, ponendo negli altri colpe e responsabilità che non hanno. Proprio come il bambino che con il suo atteggiamento rende impotente l’adulto, che altro non può fare che consolarlo e dargli ragione pur di farlo stare bene.

Un dato è certo: ascoltare continuamente lamentele fa male ed esaurisce le energie psicofisiche di chi le subisce. Le vittime croniche sono veri e propri vampiri emotivi, ovvero persone che privano di forza e di energia positiva chi li ascolta.

La vittima è un abile manipolatore emotivo perché riesce a sfruttare il senso di colpa e le insicurezze della “sua vittima” pur di ottenere attenzioni o comprensione. Se non ci si presta attenzione, può finire che ci ritroviamo nel ruolo di carnefice e vederci addossate responsabilità inesistenti mentre lui resta tranquillo continuando a lamentarsi.


Come vincere il vittimismo cronico?
Non è facile. L’aiuto di uno psicoterapeuta sarebbe utile, specie nei casi più importanti.
Il percorso dovrebbe includere questi punti essenziali:

  1. Identificare le paure e le barriere psicologiche che gli impediscono di accettare se stesso come essere fallibile, con difetti, con mancanze che appartengono a tutti.
  2. Imparare a mettersi in discussione, a porsi in maniera critica nei confronti delle sue azioni inquadrandole in un contesto personale come frutto di una propria volontà e non come effetti di un volere altrui.
  3. Imparare ad accettare che non è quello che gli capita all’esterno che ha delle conseguenze su quello che vive dentro, bensì che è quello che vive dentro che crea le condizioni esterne.
  4. Inoltre chi soffre di vittimismo cronico deve essere educato alla gratitudine, ovvero a ringraziare e ad accogliere ogni cosa che la vita offre, ad esserne grata e ad amarla.

…e chi è “vittima” del vittimismo cronico?
Chi sta dall’altra parte della vittima cronica deve innanzitutto porsi in una relazione d’aiuto con la vittima stessa, tentando di farla uscire dal meccanismo della lamentela. Nel contempo deve imparare a difendersi per evitare di esserne schiacciati e di sentirsi responsabili. Bisogna guardare al vittimismo cronico come a un disagio, un problema per chi lo vive, ed utilizzare la propria empatia non per restarne imprigionati e fare il gioco della vittima stessa, ma per cercare di capire le motivazioni, i bisogni di attenzioni e di affetto di cui la vittima stessa soffre. In definitiva riuscire a svincolarsi dal ruolo di carnefice passivo e non sentirsi a sua volta vittima di un carnefice sotto finte spoglie, ma uscire dai giochi di ruolo e calarsi nella realtà oggettiva.

Tea Fabiana
psicoterapeuta

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