Psicologia: quali terapie?

“Lo spazio del possibile in terapia” o spazio terapeutico, può essere pensato come luogo in cui poter generare un processo creativo in cui ogni componente può ed è chiamato a partecipare.

Il termine “creativo”, rimanda alla funzionalità dell’emisfero destro, sollecitato nel momento in cui ogni soggetto si trova, nella comprensione e decodifica della realtà, a divergere da modalità comuni, scontate e prevedibili. L’attenzione si pone quindi, sia sulle parole, sui contenuti, di ordine preciso e puntuale sia, sugli aspetti analogici della comunicazione, che richiedono, poiché si prestano a molteplici interpretazioni, una significazione che dà senso e prende forma nella relazione.

L’uso del linguaggio analogico e metaforico, intende riscoprire  l’importanza delle emozioni. Il linguaggio analogico, saltando la mediazione e i vincoli della logica razionale, tocca direttamente i livelli emotivi più profondi, mobilita la specificità dei vissuti dei singoli soggetti, ma è anche aperto ad una polivalenza di significati e quindi stimola una elaborazione creativa. Nel processo terapeutico, così come riteneva Ackerman, il terapeuta deve saper entrare nello “spazio vitale del gruppo familiare”, per potere suscitare ed accrescere uno scambio emotivo significativo. Ciò, diventa possibile se il terapeuta con il suo esempio crea un contesto di apprendimento, di modeling, propone quindi un modello, lasciando fluire la propria emotività e autenticità, che lo aiuterà ad entrare in contatto con i pazienti. L’esperienza di entrare in contatto con il terapeuta, potrà essere assimilato come possibilità reciproca con e tra i pazienti stessi.

Il terapeuta, nel corso della seduta può scegliere degli oggetti materiali tra quelli che gli sembrano più idonei a rappresentare comportamenti, relazioni interazioni o regole. Questi, gli permetteranno di “giocare” con quanto osserva, intendendo per gioco la fantasia creativa che lo stimola a produrre nuovi nessi associativi e a proporli  alla famiglia, invitandola a produrne loro stessi.

Nell’alternanza tra concreto ed astratto, tra reale e metaforico, si può creare un’area di possibilità qual è quella del “come se..” Il contesto del come se immette nella logica del probabile e del possibile, sgombrando la rigidità dei “si” e dei “no”. Le ipotesi, i dubbi, le aree di domanda e di incertezza, spezzano il circuito della prevedibilità, mettendo in crisi comportamenti scontati e mettendo in moto le alternative. Tanto più criptico ed imprevedibile è il comportamento del terapeuta, tanto più i pazienti possono interrogarsi. Così, più che trovare spiegazioni condivise e coerenti è proprio l’atto di interrogarsi, di porsi interrogativi, che apre la strada all’esplorazione di sé, all’attesa e al potere rimanere nel dubbio, come tensione creativa, che quasi invece si dissolve nel momento che si propone una definizione, una risposta esplicativa.

Quando il terapeuta, sente il bisogno di spiegare, di far capire, di razionalizzare, di definire con un fare quasi “pedagogico” i processi in corso, cerca di attivare un sistema di alta protezione; una protezione dalla possibilità di ascoltare le proprie ed altrui emozioni, compromettendo la creazione di un clima più autentico e profondo. Finisce così, per sostituirsi ai pazienti, offrendo la propria visione del mondo, come l’unica possibile, ma anche di “candeggiare” i colori vitali delle emozioni. Ogni cosa, appare in “bianco e nero”, in un mondo dicotomico sorretto da “giusto” e “sbagliato”. Tale modalità, non consente ai pazienti di attivare autonomamente un personale processo creativo finalizzato alla costruzione delle proprie alternative; ciò che si offre, risulta pertanto un modello, più che di apertura, di chiusura e dichiarato consenso. In tal senso, si celebra una completa passivizzazione del sistema, che s’impantana e s’immobilizza.

Nel momento in cui si attiva il controllo dei processi attraverso la spiegazione e la razionalizzazione, si assiste alla desertificazione dello spazio creativo personale, promotore del cambiamento e del movimento.

Gisa Maniscalco
Psicologa e Psicoterapeuta

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