L’emicrania e la sua genesi

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L’emicrania è una patologia neurologica cronica caratterizzata da ricorrenti cefalee (volgarmente chiamati “mal di testa”), che può andare da moderato a grave, spesso associandosi con una serie di sintomi. Di questa patologia, si calcola che, in Europa, l’emicrania colpisca tra il 12% e il 28% degli individui, con circa il 6-15% degli uomini adulti e 14-35% delle donne adulte che la manifestano almeno una volta in un anno.

Fattori scatenanti

Alcuni dei fattori scatenanti comuni sono lo stress, la fame e la fatica (questi contribuiscono ugualmente al mal di testa di tipo tensivo).
Le emicranie, poi, hanno più probabilità di verificarsi durante le mestruazioni come nel caso del menarca (primo flusso mestruale della donna), dell’uso di contraccettivi orali, della gravidanza, della premenopausa e della menopausa, che possono anche svolgere un ruolo determinante. Non solo, ma questa patologia è più diffusa di quanto non sembri tra i bambini, ma per arrivare a una diagnosi corretta, trascorre spesso molto tempo, perché si passa da specialisti sbagliati o si fanno analisi che non portano a un risultato conclusivo.

L’emicrania nei bambini

L’emicrania colpisce il 9% dei bambini sotto i 12 anni, secondo alcuni studi scientifici, ma prima che siaEmicrania bambini individuata come tale, passano da una media di due anni fino a picchi di tre.
Il ruolo di prime “sentinelle” è affidato ai genitori, che devono controllare il bambino e lavorare in collaborazione con i pediatri, la cui formazione di base sul tema non può mancare.
Se n’è discusso alla scuola di pediatria organizzata a Capri da Paidòss, l’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza. Il responsabile del centro per la cura e la diagnosi delle cefalee dell’età pediatrica ed adulta dell’università Vita-salute, ospedale San Raffaele di Milano, Bruno Colombo, sostiene a questo proposito: “Il genitore dovrebbe iniziare a preoccuparsi innanzitutto se anche lui soffre di emicrania. Infatti, aumenta del 40% il rischio, e del 70% se a soffrirne sono entrambi i genitori. Poi si deve osservare il comportamento del bambino.
Un bimbo che soffre di emicrania, che ha spesso anche sintomi come vomito e nausea, si ritira dalle attività sociali, evita lo sforzo fisico e ha dei comportamenti che devono essere presi sul serio. Il pediatra, poi, con poche domande mirate può confermare il sospetto”.
L’emicrania in questa fascia di età, quindi, è particolarmente delicata, per cui una volta diagnosticata, è preferibile tenere un diario delle crisi, controllandone la periodicità.

Tuttavia, esistono delle novità ed una di queste viene da scienziati dell’Università di Auckland, in Nuova Zelanda, che hanno identificato un secondo meccanismo di azione dell’emicrania. Ciò apre la strada allo sviluppo di un farmaco efficace contro questa debilitante patologia. Infatti, per molti pazienti, i trattamenti esistenti sono inefficaci e possono fa scattare effetti collaterali spiacevoli o anche gravi. Da circa 20 anni si è scoperto che gli attacchi di emicrania affliggono persone con livelli elevati di un ormone dolorifico chiamato Cgrp (Calcitonin Gene-Related Peptide).
Per contrastare gli attacchi severi, è stata sperimentata una nuova classe di farmaci detti gepant, che bloccano l’attività del CGRP nel ricettore dell’ormone nei nervi, ma la loro efficacia è stata inferiore alle attese.
Tuttavia, il percorso non è stato abbandonato e gli studiosi, guidati da Debbie Hay della Scuola di Scienze Biologiche dell’ateneo, ritengono di aver trovato la soluzione al problema.
La dottoressa Hay, secondo quanto sostiene su Annals of Clinical and Translational Neurology: “Abbiamo scoperto che il CGRP attiva un secondo target sulla superficie delle cellule nervose sensibili al dolore, chiamato AMY1, che i gepant non sono capaci di bloccare. Nonostante il CGRP abbia un ruolo così chiaro nelle emicranie, se è stato finora così difficile bloccarlo è perché dovrebbe essere necessario bloccare anche un secondo recettore e non solo uno. Nella prossima fase di ricerca, sarà necessario comprendere come i due recettori operano insieme, e quale ruolo svolge ciascuno di essi nei nervi legati al dolore.
Abbiamo bisogno di una nuova classe di antidolorifici che si possano assumerne regolarmente. Gli oppioidi funzionano, ma vi sono problemi di tolleranza e di dipendenza, e servirebbe altro”.
Se le scoperte emerse riusciranno a risolvere questa patologia disabilitante, milioni di persone potranno tornare a condurre una vita normale, così che sia i pazienti sia la società ne beneficeranno.

  Francesco Sanfilippo

Fonte: www.nellattesa.it – Settimanale d’Informazione Socio-Sanitaria dell’ A.N.I.O. Onlus

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