Infermieri: competenza e umanità in azione

Alcuni anni fa, un mio caro amico è stato operato al cuore: due by-pass per aiutare le sue coronarie malate. Benché piuttosto routinario, è un intervento tosto, a cuore aperto si dice, e il recupero faticoso. Nella prima notte dopo l’intervento, mentre era ancora stordito dall’anestesia, mi ha raccontato di avere percepito “chiaramente” la presenza di angeli che lo confortavano con la loro vicinanza. Non ha saputo precisare meglio ma era felice perché si è sentito protetto e curato.

Gli angeli esistono, ma non hanno le ali, camminano su questa terra e amano e soffrono come ciascuno di noi: sono coloro che con il loro comportamento, le loro parole, il loro amore rendono presente il messaggio di Dio. E lo fanno per lo più inconsapevolmente e per questo in maniera assolutamente gratuita.
Nel caso del mio amico quegli angeli si chiamano infermieri!
Lo so perché anche io ho provato quella stessa sensazione quando sono stato operato e percepivo la loro presenza al mio capezzale per verificare i miei parametri vitali, somministrare la terapia, controllare che il decorso operatorio andasse regolarmente. E anche io mi sentivo protetto.
Presenze silenziose che rendono sicuro il paziente. Appunto angeli dell’assistenza!

La professione dell’infermiere è cambiata profondamente nel corso degli anni. Dai tempi in cui era considerato un semplice prestatore di manodopera al servizio del medico, senza alcuna capacità decisionale, iniziativa o specifica competenza (si chiamava infatti infermiere generico), alla nuova figura altamente professionale che va emergendo ultimamente, certificata dal titolo di studio universitario e veicolata dai servizi sanitari europei e americani dove il ruolo infermieristico trova la sua collocazione professionale adeguata alle capacità acquisite con l’esperienza al di là degli studi che ne validano le competenze.

Dall’Europa al Nord Italia fino al Sud, come sempre le velocità di acquisizione delle nuove visioni professionali sono diversificate. Così si può apprendere che in Gran Bretagna gli infermieri impiantano pacemaker con il benestare del medico responsabile della struttura, mentre qui ancora ci si chiede se un infermiere è autorizzato ad eseguire semplicemente il controllo di un pacemaker!  

Kate Whittock, infermiera, che lavora al Good Hope Hospital di Sutton Coldfield, ha eseguito almeno 100 impianti di pacemaker e sta addestrando altri infermieri a fare lo stesso.
Affidare agli infermieri le procedure che fin qui sono state tradizionalmente affidate ai medici, libererà gli stessi, che potranno dedicarsi ai casi clinici più complessi”, dichiara il Dottor Kiran Patel, Medical Director, NHS England (West Midlands). Continua Kate Whittock_: “l’aver affidato agli infermieri l’impianto dei pacemaker, riduce i tempi delle liste di attesa, con buoni risultati per i pazienti”.
Qui il video della BBC
http://www.bbc.com/news/av/uk-england-birmingham-43883979/pacemakers-fitted-by-birmingham-nurse-instead-of-doctors

Mentalità diverse a partire proprio dagli operatori sanitari che a volte stentano ad assumere un ruolo che veicola dignità professionale ma reclama impegno a studiare, crescere e aggiornarsi costantemente. Ma i cambiamenti non si possono fermare, andranno avanti al di là delle resistenze personali ed istituzionali.

Ma non è questo il punto più importante e la peculiarità specifica di questa professione che una volta, ed a giusto titolo, si chiamava vocazione. Perché al di là dei compiti, delle competenze, delle professionalità acquisite e indispensabili, lo specifico dell’infermiere sta proprio nel suo nome che indica chiaramente che l’obiettivo primario rimane la sua vicinanza al malato. Tutto quello che opera, ogni azione che compie dovrebbe essere guidata da questa consapevolezza che diventa compassione. Anche suo malgrado. Perché l’infermiere rimane vicino al malato sempre e ne condivide la sofferenza, le paure, l’angoscia. E insieme fa da tramite tra il malato ed i familiari riducendo le distanze tra persona ed Istituzione.
Le informazioni vengono chieste al medico, ma è dall’infermiere che vengono tradotte in termini comprensibili e umanizzati. La vicinanza costante, la preparazione prima di ogni intervento o procedura lo rendono familiare a sua volta, “uno di noi” e per questo ci si affida e ci si confida in modo amichevole.
In molti reparti ospedalieri, soprattutto al centro nord, infermiere e ammalato si danno del tu abbattendo le barriere dei convenevoli pur mantenendo le rispettose distanze legate alla differenza dei ruoli. E nessuno si sente svilito da questo tipo di rapporto confidenziale, al di là della differenza di età o di status sociale: quando si è ammalati si è davvero tutti uguali. 

Così per il malato l’infermiere è la figura di primo livello nel percorso assistenziale. La persona da cui attingere e ricevere di prima mano tutte le cure necessarie con la massima competenza ma condite di quella vicinanza e quel calore umano di cui ha bisogno soprattutto nei momenti di grande fragilità fisica ed emotiva che sta vivendo a causa della malattia. L’infermiere ha la responsabilità del paziente quanto e più del medico perché oltre la competenza professionale gli viene chiesta quella capacità relazionale che rende più umane e per questo più efficaci tutte le altre cure.

E di notte, mentre gli altri dormono, l’infermiere con passo felpato e occhio attento vigila sui malati e li custodisce proprio come farebbe un angelo, ma senza le ali.

Saverio Schirò
Infermiere – Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione
Cardiologia – ARNAS – Ospedale Civico – Palermo

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